martedì 17 luglio 2012

Detour



Al Roberts è Un pianista mezzo fallito che suona in un locale per mantenersi a galla. Culla sogni di gloria ma oramai pare essere un disilluso inappagabile. Decide di andare a trovare la sua amata Susy a Hollywood, dove si è recata per cercare quella fortuna che a lui sembra ormai preclusa. Nel viaggio sarà travolto da avvenimenti surreali e si troverà imprigionato da un destino che ha scelto di condurlo in posti dove non voleva assolutamente andare.

Ulmer si muove su un canovaccio noir abbastanza consueto ma solo per rinnovarlo e capovolgerlo dall’interno. La riflessione che ne scaturisce è tutt’ altro che banale. E’ l’uomo a scegliere e determinare il destino con le proprie azioni o siamo in balia di forze estremamente più grandi di noi, contro le quali è inutile combattere? Si tratta sostanzialmente di un “on the road”, narrato dal punto di vista del protagonista che, con un lungo flashback, attende arrendevole la nuova mossa che il destino gli ha riserbato.
Il film presenta dei difetti dal punto di vista della sceneggiatura e dal punto di vista tecnico. Le retro proiezioni sono pessime. Alcuni passaggi della storia risultano troppo forzati, nonostante il fatto che si tratti di un film profondamente surreale. Non mancano tuttavia delle scene intriganti, come l’ omicidio involontario di Vera che viene strangolata dal cavo del telefono da Al nel tentativo di impedirle di telefonare alla polizia. La scena è un lungo piano sequenza di alcuni minuti. I due protagonisti sono separati da una porta chiusa. Ognuno ignora quello che effettivamente l’ altro sta facendo. Eppure le loro azioni li renderanno vittima e carnefice inconsapevolmente. Questo da un’ idea della geniale maniera in cui il film lega avvenimenti e personaggi apparentemente estranei, ma che paiono seguire un preciso piano intessuto da forze superiori.

Il film è un mito, soprattutto negli ambienti cinefili idolatri degli B-Z Movie e in gran parte rivalutato e fatto conoscere in Italia da quei registi di genere come Lucio Fulci e Umberto Lenzi che hanno sempre perseguito una dinamica autoriale ed economica simile a quella di Ulmer.

In principio lo volevo definire un buon film, un poco datato ma buono. Poi ho scoperto che è stato girato in sei giorni spendendo una cifra con la quale molti registi non riuscirebbero neppure a girare un primo piano.

Ecco perché lo definisco un film geniale.

Salvatore Floris

lunedì 5 marzo 2012

L'ingorgo


Film molto amaro e cinico, capace di alzare il velo sulla natura peggiore del popolo italiano con una straordinaria metafora sul senso della vita e il non senso della società industriale. Visto oggi si comprende la validità dell'opera perchè, a distanza di trent'anni, risulta ancora attualissima. La prova del tempo, per un'opera, è sempre la più difficile.

Luigi Comencini ci porta dentro un grande ingorgo nelle vicinanze di Roma che blocca centinaia di automobilisti nel loro continuo esodo. La situazione fa emergere mille storie, aspirazioni, frustrazioni, sogni, rancori e pensieri che si mescolano nella soffocante immobilità della strada bloccata.


Un grandissimo cast di attori raffinati ed efficaci cerca di rappresentare gli egoismi di una società malata, nevrotica e incapace di soffermarsi a godere della lentezza e del silenzio, indaffarata ad andare in nessuna vera direzione ed eternamente incompiuta, insoddisfatta. Un cimitero di macchine sovrasta le vetture vive e rombanti ma ugualmente immobili perchè costrette a logiche di mobilità assurde e congestionanti, i pilastri della variante autostradale si stagliano nudi, freddi ed incompiuti per via delle solite difficoltà burocratiche a portare a termine il progetto, una casa sta in bilico sullo scavo perchè il proprietario si rifiuta di abbandonarla, anche se sta proprio in mezzo a dove deve passare la nuova strada.
Queste sono tutte metafore della società italiana del tempo e anche di quella attuale. La storia stessa del nostro paese dimostra la verità di quell'ingorgo.



I personaggi sono monadi della situazione generale.
Ad esempio il moribondo in ambulanza (Ingrassia) si interessa soltanto di quanto potrà ottenere con il risarcimento perchè lo hanno investito sulle strisce. Gli infermieri invece si disperano perchè l'ingorgo li farà arrivare tardi per vedere la partita della nazionale di calcio.
Un gruppo di distinti signori  assiste passivo allo stupro di una ragazza da parte di tre giovani della "Roma bene" che scendono dal loro Range Rover per compiere il fattaccio in impeccabili vestiti bianchi. I quattro signori non fanno nulla per impedirlo perchè tanto "Non è mica figlia mia quella, non mi riguarda!".

L'ingegnere ricco e iperattivo (Sordi) si dichiara socialista ma è schifato dalla sola presenza della persone povere che gli chiedono un aiuto. Critica gli zotici che non sanno nulla e non conoscono le leggi ma poco prima usava la scia di un'ambulanza per evitare il traffico.



Il famoso attore (Mastroianni) accetta l'ospitalità di un poveraccio che spera così di avere un posto di autista a Cinecittà ma alla prima occasione si tromba la moglie gravida di costui.

E poi tradimenti, ignoranza, segreti e mille altre storie e miserie che si spostano dagli abitacoli alla strada e viceversa.

Soltanto nel momento della partita di calcio seguita via radio sembra rianimarsi un certo spirito nazional-popolare e di orgoglio comune che porta euforia e sorrisi.

Comencini vuole mostrare un mondo dove gli uomini sono schiavi degli oggetti e delle macchine. L'autovettura, che è fatta per viaggiare, rimane ferma e risulta svuotata dalla sua funzione utile per assurgere a mero status symbol, a gabbia che imprigiona il nostro tempo e il nostro denaro.
L'umanità appare un gregge uniformato dove tutti sono pronti a fare scoppiare la moda dell'omogeneizzato come cibo del futuro e dove al primo suono di clacson tutti si precipitano a dare gas per rimanere inesorabilmente fermi.



Insomma la fotografia di una società immobile e incorreggibile che non sa guardare al passato come esempio e neppure al futuro come speranza.
Incredibile il sermone laico finale sul corpo di Ingrassia che parla di redenzione dal capitalismo, dalla logica del guadagno, dalla logica della produzione ad ogni costo e

Stupore per la bellezza della scenografia. Una strada interamente ricostruita a Cinecittà.



Salvatore Floris

giovedì 2 febbraio 2012

Django



In un paesino dimenticato da Dio, sulla frontiera fra Stati Uniti e Messico, dove si fronteggiano da tempo due gruppi armati irregolari, la setta razzista di incappucciati rossi comandati dal maggiore Jackson e i messicani rivoluzionari comandati dal generale Rodriguez, arriva Django, un reduce di guerra in cerca di vendetta per l’assassinio della moglie avvenuto in sua assenza.Approfittando dell’effetto sorpresa costituito da un fucile mitragliatore che tiene nascosto in una bara che porta con sé, Django ha la meglio sugli uomini di Jackson, conquistandosi la fiducia dei rivoluzionari, con cui organizza un riuscito attacco ad un forte. Al momento della spartizione del bottino d’oro, Django non ottiene quello che vuole e decide di prendersi tutto. Il tentativo fallisce, l’oro va perso e Rodriguez, pur non uccidendolo, gli fa spappolare le mani.
Pur con questa menomazione, Django decide di affrontare una volta per tutte Jackson, che nel frattempo ha tolto di mezzo i messicani grazie all’esercito governativo. Il confronto finale è in un cimitero.(Wikipedia)
Si può dire di no?

Quello che colpisce di Django è il personaggio impersonato da Franco Nero (incredibilmente somigliante e Terence Hill da giovane o meglio il contrario) che ne è più di ogni altra pellicola il perno ineliminabile. Antieroe senza nome e senza passato trasuda tutto di morte. La morte lo segue e lo colpisce, lui la dispensa con precisione e senza discernere, cosa incarnata perfettamente dal suo strumento di morte mitragliatore dentro la sua cassa da morto che si trascina dietro. In una battuta del film dirà che li c’è seppellito lui. Forse. Ci può essere tutto in quella cassa, un’anima, un ricordo, un passato, un futuro, un’arma o anche dell’oro. Il film ebbe un successo strepitoso in tutto il mondo ed ancora oggi è considerato uno dei pilastri dello spaghetti western nonché pellicola di culto inattaccabile. Il lavoro maggiore è stato fatto a livello di inquadratura. Sporche, ricercate e particolari quelle che Corbucci ci presenta. Anche la musica fa la sua parte senza appesantire ma anzi dando un certo taglio epico alla storia. Unica nota veramente dolente la recitazione dell’attrice protagonista che rasenta il mobilio della scenografia in molti frangenti. ‘è la forte lezione del cinema di Leone ancora fresca. Il personaggio senza storia e senza passato, il paesino vittima della prepotenza,la violenza indiscriminata di tutti gli schieramenti e personaggi coinvolti, la misoginia, la brama di potere e di oro, il destino tragico di quelli che stanno in un mondo dove non c’è posto per la pace. Le inquadrature strettissime sugli occhi e i campi lunghi delle sparatorie. Comunque Django non è un clone di "Per un pugno di dollari" ma un fratello minore ben riuscito. La sceneggiatura pecca in molti passaggi e lascia spazio anche a qualche sorriso per l’ingenuità, tuttavia mantiene un certo fascino del racconto presentato con le connotazioni del mito e un finale tragico – metafisico che piace per la sua semplicità e secchezza.

Salvatore Floris

giovedì 15 dicembre 2011

La notte che Evelyn uscì dalla tomba



Un aristocratico passa le notti a uccidere prostitute dai capelli rossi. Questo perché la sua mente è sconvolta dal rimorso della morte della moglie (con i capelli rossi) che lo ossessiona notte e giorno. Uno psichiatra suo amico cerca di aiutarlo, un suo cognato lo ricatta perché a conoscenza dei suoi delitti. Alla fine conosce per caso una biondina in una festa e se ne innamora sposandola. Ma c’è tutto un intrigo dietro di chi cercherà di farlo impazzire del tutto per prendere l’eredità della famiglia Cunningham.
Le inquadrature spesso sono originali

 Oggi si recensisce un film brutto. Voglio subito mettere le cose in chiaro. Le cose migliori della pellicola sono il titolo, l’atmosfera gotico – suspense che riesce a tenere abbastanza bene e alcune scene di violenza convincenti. Per il resto ci troviamo di fronte ad una delle sceneggiature più colabrodo della storia del cinema perché siamo nella completa illogicità in molti snodi narrativi. la psicologia dei personaggi è flebile e muta con il mutar del vento. Il protagonista del film per esempio è per metà film un serial killer e per l’altra metà un fascinoso padrone di casa, marito devoto e moralista giustiziere. Questo mutamento avviene in uno stacco e neppure in dissolvenza. La trama è scontata come poche e parecchio stupida nel finale, non volutamente comica altrimenti sarebbe stata da apprezzare. Certi elementi non vengono spiegati per nulla. Da dove arriva e cosa ha fatto la seconda rossa che Alan stava per uccidere fino alle battute finali??. Ma questo è un esempio fra tanti.
La scenografia gotica merita attenzione

Un classico esempio per imparare, osservando gli errori, come non si scrive una sceneggiatura ben fatta. Gli autori si sono basati sul classico errore di vedere le cose dal di dentro e non nell’ottica dello spettatore, per cui ci troviamo davanti a un’opera incomprensibile. Se si vuole si può guardare, in fondo la regia è di mestiere ma certi prodotti di genere pompati a mille non meritano rivalutazioni postume per forza.
Salvatore Floris


mercoledì 30 novembre 2011

Halloween di Rob Zombie



Vita morte e omicidi dell’efferato e crudele assassino Mike Myers. 
Il capolavoro di Carpenter era già perfetto per questo ritengo un poco inutile cercare di rifarlo. Apprezzo lo stile di Zombie e tutta la vera passione che mette nei suoi film compreso questo, soprattutto questo.
La parabola di Mike Myers è anche quella di un male che non ha spiegazione, che esiste e basta. Senza sempliciotte spiegazioni psicologiche e sociologiche. Il merito di Zombie sta, prima di tutto nell’essere stato capace di mantenere questa impostazione inquietante che aveva fatto la fortuna del suo capostipite. Il secondo merito è quello di aver fatto contemporaneamente un prequel abbastanza convincente sulla nascita della leggenda di Myers e un remake non disdicevole. La scelta di mostrare il volto dell’assassino almeno da bambino è sicuramente coraggiosa.

Il piccolo demonio non ha nulla di apocalittico o mostruoso ma risulta assolutamente normale, anzi ben voluto da una madre che fino all’ultimo cerca di stargli vicino. Per il resto il piccolo è circondato dall’indifferenza della sorella maggiore e dalla volgarità del patrigno. L’unica che si salva dalla sua furia adolescenziale e matura è la sorella minore. Questa normalità è la chiave per comprendere e reggere tutta l’inquietante figura di Myers.
Ritengo dunque che Rob Zombie abbia fatto un lavoro intelligente e curato seppur non eccelso e baracconesco in molti punti. Ha del talento visionario e si nota soprattutto nelle scene di violenza anche se la sua violenza molto gore non è fra le mie preferite.

La scena che mi è rimasta più impressa è quella finale con la bocca della co-protagonista piena di sangue aperta in un urlo disperato e liberatorio insieme.

Salvatore Floris

martedì 11 ottobre 2011

A prova di morte



Parte prima: gruppo di ragazzacce si diverte e si sbronza in un bar. Poi uno stuntman di professione Mike le disintegra. Parte seconda: gruppo di ragazzacce se ne va in giro a divertirsi. Poi uno stuntman di professione Mike cerca di farle fuori ma non ci riesce. Da predatore diventa preda e alla fine lo massacrano di botte.
La trama è esigua ma non per questo meno divertente. Inoltre il film vuole essere proprio così. Un esercizio un pò folle con citazioni raffinate e meno che accompagni lo spettatore in un divertimento da pochi dollari.

Attenzione però. Tarantino il cinema lo sa fare e ci sono almeno due momenti da antologia. La scena del primo incidente e quella finale con la scritta THE END che appare all’improvviso. Si esce dal cinema con la sensazione di aver visto non qualcosa di nuovo ma sicuramente di interessante.
Tarantino ha fatto la sua fortuna soprattutto sulla capacità di presentare la narrazione sotto un’ottica diversa e di modificarla rispetto ai canoni lineari ai quali ci siamo abituati. L’aspetto più interessante è secondo me la capacità di eliminare anche fisicamente i personaggi della prima parte per ricominciare. Non c’è traccia di un gruppo di ragazzi che si trascinano fino alla fine dove nella lotta col mostro saranno in pochi a sopravvivere.

Anzi la scena finale ribalta i ruoli ed è piena di ironia, quasi barraconesca e non si prende mai troppo sul serio.
Non siamo più ai livelli delle Iene, di Pulp Fiction e di Jackie Brown che per me sono tre diversamente capolavori. Ma non siamo neanche più in Kill Bill che a me è piaciuto relativamente. Tarantino comunque riesce sempre ad avere un qualcosa in più rispetto alla maggioranza. Vedi l’idea di sgranare e graffiare la pellicola per quasi tutto il film o il passare dal colore al bianco e nero senza fluidità ne narrativa ne visiva.
Da vedere.
Salvatore Floris

giovedì 29 settembre 2011

Playtime


Playtime è un gioco costoso e sofisticato. Tati si muove su piani diversi. Dal non-sense all’umorismo di situazione, a delle gag più dirette e semplici da afferrare basate sulle mimica e i movimenti dei personaggi. Inserisce non di rado riflessioni profonde sull’uomo moderno e sul suo posto nel mondo. Anzi sarebbe meglio dire il suo non essere ed il suo non esserci nel mondo moderno. Si comincia con gli spazi di una Parigi ultra moderna dove vige l’ossessione dell’apparire e del farsi vedere a tutti i costi. Le case e gli uffici sono tutti enormi vetrate che danno sul mondo fuori e che pretendono di farsi vetrina per l’esterno. Un aeroporto non differisce per nulla da un ospedale e tutto lo sforzo per la creatività, per il "distinguersi" si riduce alla creazione di una serie di ambienti molto diversi fra di loro ma in definitiva tutti uguali.
Il girovagare di Monsieur Hulot che si muove solo sulla scena come Charlot e che biascica a mala pena qualche parola è il pretesto per descrivere la vita -non vita di una Parigi notturna e diurna che potrebbe essere qualsiasi grande capitale europea. Una città che non dorme mai e che si nutre del dover fare a tutti i costi, che basa tutto sull’apparenza e nulla sulla sostanza. La gag della porta a vetri che va in frantumi è una geniale summa di questo messaggio, con il portiere che tiene in mano solo una maniglia e finge che la porta ci sia ancora. Perchè quello che conta è quello che dovrebbe esserci, non quello che c’è.
Tati è un maestro nel preparare scene attraversate continuamente da personaggi e riempite da movimenti che un occhio esperto non può che apprezzare, perchè devono aver richiesto una preparazione lunga e difficile per accordare i tempi di tutti i personaggi. Il ritmo della lunga cena nel night club è meraviglioso. M. Hulot procede senza meta e fuori posto per tutto il film dove non riesce mai a parlare con chi desidera o a incontrare chi vorrebbe. Viene trascinato nell’azione senza mai scegliere e rappresenta un’amara metafora della condizione degli abitanti della megalopoli moderna. Il film è anche una grande profezia su ritmi e spersonalizzazione che tutt’oggi si intensificano.
Salvatore Floris